Ciao, che fai?

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“Ciao, che fai?” Questa domanda viene rivolta regolarmente a chiunque si affacci al proprio balcone oppure esca dal portone verso le 14,30. E’ Patrizia. Alta, allampanata, smagrita, due grandi occhi scuri indagatori, sovrastati da sopracciglia impegnative e disordinate. La pelle bianchissima è cadente a causa di un importante dimagrimento. I capelli grigi alla radice, neri verso le punte, con una frangetta corta, regolarmente e naturalmente spettinati. Lei sta in vestaglia sbottonata e camicia da notte, ciabatte e calzini incurante del clima. Le lunghe braccia magre, qualche volta intrecciate oppure stanno appoggiate alla ringhiera quando le lunghe dita non sorreggono un sigaro e fanno impressione nel contesto le lunghe unghie laccate. 14:30 quella è la sua ora d’aria, non si discute. Puntualmente la domanda di rito viene rivolta a chiunque passi dal cortile. Ciao, che fai? c’è Tizio? sei da sola? Sei stata alla Coop? c’è gente? Dov’è Caio? Ma è il “che fai” che introduce il resto dell’interrogatorio, e a volte mi irrita, più spesso mi sorprende. Una volta ho rimandato la domanda, E te che fai?, “io? nulla!!” e un suo gran sorriso ha chiuso la conversazione.

DUNE

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„Non devo aver paura.

La paura uccide la mente.

La paura è la piccola morte che porta alla distruzione totale.

Affronterò la mia paura.

Farò che scivoli sopra di me, che passi attraverso me.

E quando sarà passata, il mio occhio interiore scruterà il suo sentiero.

Ma dov’è andata la paura non ci sarà nulla.

Io soltanto ci sarò.

Io, e nient’altro.“

Frank Herbert, libro I figli di Dune

Manet. Interno ad Arcachon, 1871, olio su tela.

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Edouard Manet. Interno ad Arcachon, 1871, olio su tela.

Etienne posò il libro sulle ginocchia ed accese una sigaretta. Guardava le dolcemente la cara Adèle tra il fumo grigiognolo, lei aveva lo sguardo sognante. Era una splendida giornata settembrina, il suono del lieve sciabordio delle onde arrivava fino a loro, la luce entrava nella stanza insieme alla brezza profumata di salmastro e di pino.

Adèle aveva lo sguardo perso nell’azzurro del mare e aspettava il suo gabbiano. Quel gabbiano che per lei significava il ritorno del suo grande amore, quel figlio tanto atteso per molti anni. La caviglia slogata durante la passeggiata sulla spiaggia non le faceva male, il piede era appoggiato sullo sgabello, le mani ancora afferravano le spolette del tombolo che fino a poco prima erano andate su e giù, avanti e indietro intrecciando i fili, secondo le regole di una danza antica, tramandata da madre in figlia, producendo un intreccio di figure alate e fantastiche. Ora quelle mani erano abbandonate in grembo, inerti.

Adele volge lo sguardo e lo vede.

Oh che fa questo bel giovanotto?

Buonasera signora, gradisce un po’ di compagnia?

Eh non si preoccupi di far compagnia a me! Vada, vada dalla sua bella … tra poco arriva mio marito…

Ho tutto il tempo per stare qui con lei, se gradisce la mia compagnia finché lo desidera, per me sarebbe un piacere !

Così Etienne ogni giorno stava insieme all’anziana madre che aspettava quel figlio tanto amato, che mai prima le era stato vicino come adesso.

4 Novembre 1966

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4 novembre 1966

“Forza ragazzi, alzatevi!”

“Perché babbo? Non è domenica e non c’è la Messa…”

“Niente Messa, vi porto al piazzale a vedere la piena dell’Arno, dice che sia spettacolare…”

Avevo 10 anni, mio fratello Francesco 6 anni. Un po’ sbuffando, ma sapendo che quando il babbo chiede qualcosa si fa, e c’era in ballo una gitarella al piazzale, ci siamo alzati, vestiti alla meglio, tanto si andava in macchina, scarpe da pioggia,cappottino e via. Nicola di 3 anni e la mamma, restavano a casa. Abitavamo a Scandicci, in via di S.Maria a Greve. Pioviscolava o pioveva leggero, ma non di temporale.

In auto sicuramente abbiamo pisolato ancora, togliendo il rimasuglio di sonno. Era presto per noi: le sette…le otto? Non so che strada abbia fatto mio padre. Non ne abbiamo mai più riparlato, anzi questa è la prima volta che racconto questa mattinata, e mi domando se è stato un sogno o realtà.

Comunque arriviamo al piazzale Michelangelo, ci affacciamo alla balaustra… il babbo sento il suo affanno “mondopiccinoooo, dio mio dio mio, Oddio uddiooo”, Francesco ed io ci guardiamo, si vedeva solo il fiume sotto di noi, i ponti? Le strade? Babbo che inizia a dire “Mario! Fino a Bandino, che farà lui? Come stanno icchè fanno…” Mario era suo fratello, con Rosetta la moglie e quattro figli,ragazzino il maggiore, gli altri bambini. Il più piccolo neonato.

Il babbo decide che si va via e dice…Speriamo di rientrare…

Appunto, sì, speriamo, il babbo sta piangendo… i pompieri ci vietano di scendere dal viale. L’acqua saliva su per il viale…Il babbo sale con l’auto verso la collina e ci intima “pregate !” si dice il rosario. Titti comincia te, noi si risponde” Io ero già esperta misteri gaudiosi, dolorosi e gloriosi, dire il rosario non era un problema, solo che avevo paura. Chiudo gli occhi Francesco si accucciò accanto a me, ma lui vuol guardare la strada con il babbo. Non posso piangere forte Francesco mi aveva intimato “Te NON strepitare “

“Prega per noi santa madre di DIO,

affinché siamo fatti degni delle promesse di cristo…

FACCI TORNARE A CASAAAA, facci tornare a casa… facci tornare a casaaaa

Gloria , Padre nostro e ave Marie… quante? Si doveva contare sulle dita, erano dieci ? Venti? Cinquanta? Boh. Babbo guidava sulle colline, dietro di noi l’acqua non c’era e nemmeno davanti, pioveva? Forse. Non so che strada abbia fatto, comunque siamo scesi a Scandicci , alle Bagnese era quasi mezzogiorno. L’incubo dell’acqua si ripete, la Greve era esondata, non troppo, ma era fuori. Babbo ferma la macchina dove può, si scende. Lui si raccomanda a degli sconosciuti perché ci portino a casa, avevano gli stivaloni alla coscia da pescatori, altri avevano il gommone.

Qualcuno mi prende sulle spalle, qualcun altro prende Francesco in braccio, si attraversa il ponte, si va in piazza, poi via Roma e finalmente a casa…

La mamma piangeva, una confusione immane, senza luce, senza acqua dal rubinetto,linee telefoniche inattive. Nicola col ciuccio in bocca spaventato attaccato a mamma. In qualche modo era arrivato anche il babbo. Restava la paura per lo zio Mario. Non ricordo bene i giorni seguenti, ricordo che prendevamo l’acqua al fontanello infondo alla strada, tornò la luce, si riaccese il riscaldamento a gasolio.

Andammo dallo zio. L’Arno era arrivato a filo della loro terrazza, loro erano saliti al piano di sopra, ma l’Arno non era entrato in casa loro. Certo, rimasero senz’acqua e senza luce. Gabriele il terzo figlio di otto anni venne a casa nostra fino a giugno, fece la scuola a Scandicci. Il resto è storia di Firenze, di tutti coloro che sono morti e di tanti altri che hanno sofferto danni incommensurabili.