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4 novembre 1966

“Forza ragazzi, alzatevi!”

“Perché babbo? Non è domenica e non c’è la Messa…”

“Niente Messa, vi porto al piazzale a vedere la piena dell’Arno, dice che sia spettacolare…”

Avevo 10 anni, mio fratello Francesco 6 anni. Un po’ sbuffando, ma sapendo che quando il babbo chiede qualcosa si fa, e c’era in ballo una gitarella al piazzale, ci siamo alzati, vestiti alla meglio, tanto si andava in macchina, scarpe da pioggia,cappottino e via. Nicola di 3 anni e la mamma, restavano a casa. Abitavamo a Scandicci, in via di S.Maria a Greve. Pioviscolava o pioveva leggero, ma non di temporale.

In auto sicuramente abbiamo pisolato ancora, togliendo il rimasuglio di sonno. Era presto per noi: le sette…le otto? Non so che strada abbia fatto mio padre. Non ne abbiamo mai più riparlato, anzi questa è la prima volta che racconto questa mattinata, e mi domando se è stato un sogno o realtà.

Comunque arriviamo al piazzale Michelangelo, ci affacciamo alla balaustra… il babbo sento il suo affanno “mondopiccinoooo, dio mio dio mio, Oddio uddiooo”, Francesco ed io ci guardiamo, si vedeva solo il fiume sotto di noi, i ponti? Le strade? Babbo che inizia a dire “Mario! Fino a Bandino, che farà lui? Come stanno icchè fanno…” Mario era suo fratello, con Rosetta la moglie e quattro figli,ragazzino il maggiore, gli altri bambini. Il più piccolo neonato.

Il babbo decide che si va via e dice…Speriamo di rientrare…

Appunto, sì, speriamo, il babbo sta piangendo… i pompieri ci vietano di scendere dal viale. L’acqua saliva su per il viale…Il babbo sale con l’auto verso la collina e ci intima “pregate !” si dice il rosario. Titti comincia te, noi si risponde” Io ero già esperta misteri gaudiosi, dolorosi e gloriosi, dire il rosario non era un problema, solo che avevo paura. Chiudo gli occhi Francesco si accucciò accanto a me, ma lui vuol guardare la strada con il babbo. Non posso piangere forte Francesco mi aveva intimato “Te NON strepitare “

“Prega per noi santa madre di DIO,

affinché siamo fatti degni delle promesse di cristo…

FACCI TORNARE A CASAAAA, facci tornare a casa… facci tornare a casaaaa

Gloria , Padre nostro e ave Marie… quante? Si doveva contare sulle dita, erano dieci ? Venti? Cinquanta? Boh. Babbo guidava sulle colline, dietro di noi l’acqua non c’era e nemmeno davanti, pioveva? Forse. Non so che strada abbia fatto, comunque siamo scesi a Scandicci , alle Bagnese era quasi mezzogiorno. L’incubo dell’acqua si ripete, la Greve era esondata, non troppo, ma era fuori. Babbo ferma la macchina dove può, si scende. Lui si raccomanda a degli sconosciuti perché ci portino a casa, avevano gli stivaloni alla coscia da pescatori, altri avevano il gommone.

Qualcuno mi prende sulle spalle, qualcun altro prende Francesco in braccio, si attraversa il ponte, si va in piazza, poi via Roma e finalmente a casa…

La mamma piangeva, una confusione immane, senza luce, senza acqua dal rubinetto,linee telefoniche inattive. Nicola col ciuccio in bocca spaventato attaccato a mamma. In qualche modo era arrivato anche il babbo. Restava la paura per lo zio Mario. Non ricordo bene i giorni seguenti, ricordo che prendevamo l’acqua al fontanello infondo alla strada, tornò la luce, si riaccese il riscaldamento a gasolio.

Andammo dallo zio. L’Arno era arrivato a filo della loro terrazza, loro erano saliti al piano di sopra, ma l’Arno non era entrato in casa loro. Certo, rimasero senz’acqua e senza luce. Gabriele il terzo figlio di otto anni venne a casa nostra fino a giugno, fece la scuola a Scandicci. Il resto è storia di Firenze, di tutti coloro che sono morti e di tanti altri che hanno sofferto danni incommensurabili.