di Luciano Tarabella

C’è una cosa che mi consta
in trent’anni di carriera:
che neanche a farlo apposta
il Ruffiano ha la maniera
d’ottener ciò che gli piace
pur essendo un incapace.

Il Ruffiano ottiene tutto
basta chieda assiduamente
perciò dice bello al brutto
al cretino intelligente
salvo fare giravolta
quando cambia chi l’ascolta.

Ma chi è ben pettinato,
con la barba sempre fatta,
sorridente e profumato,
col vestito e la cravatta
e la mano sul cappello?
Il Ruffiano, sempre quello!

Ma chi sta pur tuttavia
senza donne e senza amici,
senza alcuna compagnia
che d’oggetti, cani e mici
non mettendo a dura prova,
mai, le molle dell’alcova?

La risposta si conosce:
è quel verme solitario
che, di notte, sogna cosce
dal suo harem immaginario
ma di giorno fa il progetto
di ficcartelo nel retto.

E quand’anche avesse al fianco
una donna senza gusto
che lo mandi sempre in bianco,
come a noi ci sembra giusto,
non sarebbe, è risaputo,
che un grandissimo cornuto!

Lui, vissuto di blandizie,
quarantenne e senza stima,
creperà fra le immondizie
come il verme di cui prima
col sollievo e col buon pro
degli stessi che adulò

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